05 febbraio 2015

Mister No, chi era costui?

Che poi uno dice, okay, i manga so' belli, so' profondi, c'hanno sentimento e blablabla. Naoki Urasawa gnegné, grande filofo... fisolo... filosofo contemporaneo e menate varie. E vabbè, okay, sarà pure vero, ma non è che mò il fumetto giapponese è la cosa più meglio assai che sia mai esistita.
Con quel pizzico di patriottismo, con quella lacrimuccia ancorata all'angolino dell'occhio quando si legge di italiani che portano alto il valore della patria all'estero, è giusto riconoscere il valore del fumetto nostrano, nella fattispecie il fumetto targato Bonelli.
Che poi un altro dice "ma chi? Tex? Dylan Dog?".
No... e nemmeno Zagor, Nathan Never e Mystére.
Oggi approfondiamo quel diamante dimenticato che è Mister No.



Partendo dal principio, Mister No è un soldato americano di nome Jerry Drake nato nel '22. Scosso e disgustato dagli eventi della seconda guerra mondiale, a cui aveva partecipato, decide di ritirarsi nel '52 a vita privata in Brasile nella sonnecchiante città di Manaus e tirando a campare facendo il pilota di aerei per turisti.

La mente dietro questo personaggio è tale Guido Nolitta, nome che a molti non dirà nulla. Ed è un peccato, perché tale nome non è altro che lo pseudonimo adottato da Sergio Bonelli stesso, un po' per giocare con i propri lettori, un po' per sfizio personale. 
Per quanto riguarda la buon'anima di Sergio Bonelli, è stato un grande viaggiatore e grande appassionato del Sud America e delle sue mille contraddizioni, tutte esperienze che ha riversato su carta attraverso questo personaggio.
Gli eventi del fumetto si svolgono nei primi anni '50 del ventesimo secolo, in un Brasile non più florido come pochi decenni prima, la Manaus del mezzo secolo scorso è solamente un lontano ricordo di quella degli anni '20-'30, quando il commercio della gomma portò sviluppo nel bel mezzo dell'Amazzonia, per poi essere surclassato dai derivati del petrolio. Leggendo le pagine di Mister No, sfido chiunque, è impossibile non avvertire quella sensazione di familiarità con quel che viene narrato; nel senso che quel caldo umido asfissiante tipico della regione amazzonica lo si avverte anche sfogliando l'albo fra le mani, e con essa anche la polvere delle stradine sterrate, la pioggia incessante e il vociare delle grandi piazze. In altre parole, la grande passione che Sergio Bonelli e soci hanno riversato in quelle pagine ha una potenza devastante, come se il fumetto stesso fosse una macchina del tempo istantanea che ci fa vivere luoghi ed esperienze a noi estranei per ovvi motivi logistici-temporali.


Correva l'anno 1975, mica l'altro ieri, il mese era quello di giugno.
Nelle edicole italiane appare questo personaggio, voluto fortemente da Sergio Bonelli, inizialmente destinato a una pubblicazione di breve durata, una sorta di miniserie, ma che il successo inaspettato di vendite ha portato avanti per più di trent'anni, fino al dicembre 2006.
Mister No è un personaggio che, proprio in questi trent'anni, si è evoluto tantissimo. Dai primissimi numeri in cui si scorge qualche influenza di stampo zagoriana (scienziati pazzi, animali mutanti, basi segrete in posti impensabili), anche perché Nolitta aveva creato quindici anni prima il personaggio di Zagor, si passa a una quotidianità un po' più verosimile (criminali, gangster, intrighi della Cia, studiosi universitari, archeologi), passando anche sotto la penna di autori oggi osannati dai lettori Bonelli, ovvero Castelli e Sclavi (rispettivamente creatori dei successivi Martyn Mystére e Dylan Dog), però a me le loro storie non piacciono affatto, in quanto mal si conciliano con l'aria di verosimiglianza che stava acquistando la collana di Mister No. Numerosi anche gli albi in cui si ripercorre il passato pre, durante e immediatamente post-seconda guerra mondiale, dove il lettore impara a conoscere vari personaggi che di tanto in tanto ricompariranno nel presente brasiliano, ma anche tutti gli avvenimenti che hanno formato il personaggio.

Una cosa abbastanza peculiare è che Mister No non ha un nemico fisso.
Non so, un Mefisto per Tex o un Gargamella per i puffi. No, i suoi nemici sono tanti, di solito criminali e doppiogiochisti di varia risma. L'unico avversario ricorrente. tralasciando alcuni vertici della Cia, è Ishikawa, un giapponese fissato col senso dell'onore e motivato ad uccidere il nostro Jerry. E il tutto avviene nella bella saga newyorkese.
Perché sì, il fumetto non si svolge interamente nella sonnacchiosa Manaus degli anni '50 o negli stati sudamericani, Mister No, per cause di forza maggiore, affronta anche trasferte fuori dal continente per vivere intense avventure prima in Africa, poi a New York (dove affronta Ishikawa e parte del proprio passato) e infine il sud-est asiatico. Ci sarebbe anche l'Australia, accennata nell'ultima storia fiume che conclude la collana, ma è appunto solo un accenno, non sappiamo cosa sia successo nella terra dei canguri. C'erano dei lettori che avevano chiesto a gran voce una trasferta di Mister No in questo continente, ma Sergio Bonelli, che non ci era mai andato per la troppa fiscalità della dogana australiana, decise di evitare in pieno tali avventure (anche perché, non essendoci mai stato, non poteva descriverne i paesaggi e le varie caratteristiche), accontentando i lettori con la piccola menzione prima citata.


Particolare il cast di comprimari, a partire dall'austriaco Esse Esse, alias Otto Kruger, ex soldato nazista schifato anch'egli dalla guerra, così come il nostro Mister No, compagno di mille bevute, risse e albi memorabili. Tutti gli altri, invece, cominciano a delinearsi molto più in là negli anni di pubblicazione: personaggi come Celestino, Patricia, Luna, Augustino, il barista Paulo Adolfo verranno abbozzati in qualche storia, per poi ricomparire con molta più frequenza nelle storie dal numero 100 in poi, come quelle di Mignacco. Dal punto di vista caratteriale, poi, Mister No è un donnaiolo e uno sciupafemmine, alza facilmente il gomito e, in base all'autore, propina qualche perla cinica e amara ai suoi interlocutori. Forse il ping pong continuo fra autori l'ha reso un po' difficile da seguire nel corso degli anni, però resta impossibile non innamorarsi della sua personalità innata... dove forse qualcuno può rispecchiarsi, può riconoscersi.

Ma al di là di tutto questo, Mister No, alias Jerry Drake, per me ha rappresentato un amico speciale, un qualcuno conosciuto per caso e poi diventato insostituibile; un amico che, a quanto pare, non aveva più nulla da dire una volta giunto nel nuovo millennio. Perché sì, la chiusura della collana di Mister No è dovuta alle ultime scarse vendite (dopo 379 albi più vari speciali), e vabbè, ma anche perché ormai il personaggio non aveva più nient'altro da aggiungere, sono molte le storie più che dimenticabili pubblicate dal 2000 in poi. Ma a un amico gli si perdona anche questo, ricordandolo per tutto ciò che di positivo ha saputo trasmettere: l'amore per l'avventura, per la natura, per l'autenticità a sfavore del progresso, per il viaggio.
Até logo, Jerry.
Até logo.

03 febbraio 2015

E quindi?


E quindi niente, si tira a campare.

Dopo un periodo di pausa prolungato, tornerò ad aggiornare saltuariamente Mondo 12.
Non è detto che ci siano scan o altro, anche perché non avrei né testa né tempo per rimettermi ad aprire photoshop e copincollare testi vari nei balloon, ma proprio no. Anche se... vabbè.
Metterò robe varie, su qualunque cosa penso valga la pena condividere: dalla ricetta dell'acqua calda fino alla recensione dei mattoni forati nell'edilizia moderna.
Mondo 12 è pur sempre un blog, da oggi forse più diversificato di prima.
A presto.


20 gennaio 2014

Download volumi Bambino!

Interrompo brevemente il periodo di riflessione per permettere di scaricare agevolmente i volumi di Bambino!.
Purtroppo Mediafire mi ha chiuso l'account, lo sconforto e la pigrizia hanno fatto il resto. Quindi inserisco qui solo i link dropbox, sperando che rimangano attivi il più possibile.

Cartella: LINK

26 giugno 2013

Quel gran bel giocone di Lego Rock Raiders

Uno pensa alla Danimarca e che gli viene in mente? I mulini a vento? No, quelli sono olandesi, ma ci saranno pure da loro... i biscotti al burro nelle scatole di latta? Ecco, quelli sì, anche se a rimangiarli a distanza di anni si sente che sono cambiati, forse hanno stravolto la ricetta.
E poi si pensa pure a loro, dài, i mattoncini LEGO.
Una sorta di must have per qualsiasi bambino, poi non so oggi come funziona, dato che non vedo più in giro negozi di giocattoli.

Comunque, al di là della magia racchiusa in questi mattoncini di materiale plastico, è d'uopo incanalare l'attenzione anche sul lato videogame targato Lego.



 LEGO ROCK RAIDERS
Sono molto legato a questo gioco, correva l'anno 1999 e fu un regalo di Natale inaspettato. Avevo sì e no dieci anni, le mie uniche informazioni sui Lego erano basate sui cataloghi ufficiali che si trovavano a volte allegati a certe confezioni più grandi delle suddette costruzioni, e mai si era fatto accenno a un videogame del giocattolo danese. Anche perché quei cataloghi erano antecedenti al '99 e quindi per forza di cose non c'era scritto nulla a riguardo.
Da qualche mese avevo ricevuto il mio primo computer (il primo di una serie di quattro, almeno per ora), uno di quei vecchi cassoni grigi su cui girava Windows 98. I miei videogiochi erano pochissimi, a parte una versione no-cd del gioco di Ace Ventura (che non riuscii mai a completare) pre-installato non si sa perché, avevo "solamente" Age of Empires 2, che di per sé basta e avanza alla grandissima tutt'oggi. E poi c'era Paint, che non era/è un gioco, ma ci passavo le ore a disegnare castelli e basi militari.
Dicevo, sbucò dal nulla questo videogioco, prendo, lo installo e inizio a giocarci.

Foto sgranata, però si vede.
Innanzitutto ciò che colpisce è la custodia del cd, dotata anch'essa dei tipici cilindretti. Un'idea davvero simpatica.

Lego Rock Raider, beh, è difficile da spiegare in poche parole.
Praticamente è una sorta di Age of Empires 2, inteso come meccanica di gioco, quindi strategia in tempo reale, basato essenzialmente sul recupero di risorse, in questo caso minerali e cristalli di energia. Questi ultimi sono il motivo dietro la nostra ricerca, dato che serviranno a far ripartire la nostra astronave, ormai a secco, verso casa e ad andare via da quel pianeta decisamente strano. A ostacolare i rock raider ci saranno i mostri di roccia, le lumache succhiaenergia e la mancanza d'ossigeno. Parete dopo parete, trivella dopo trivella, i fidi personaggini gialli dovranno farsi largo nella roccia per poter sperare di rivedere casa.


Rigiocato oggi, dopo.... quasi quattordici anni - come passa il tempo - Lego Rock Raiders non perde fascino, non perde nulla. Graficamente è molto valido, è molto intuitivo e propone la giusta dose di sfida, per alcuni livelli non si scendo sotto l'ora piena per il completamento.
A confronto con i titoli odierni sfornati da Lego, Rock Raiders è tutta un'altra cosa, sia come meccaniche di gioco e sia come coinvolgimento dell'utente. Il fattore infanzia non incide su questo nuovo giudizio, Lego Rock Raiders semplicemente si mantiene valido anche a distanza di anni.

21 maggio 2013

Shin Takarajima - La nuova isola del tesoro


Shin Takarajima - La nuova isola del tesoro è un'opera di Osamu Tezuka del 1947, il Dio dei manga.
Come si suol credere, non è il suo primo manga, ma bensì è l'opera con cui ha fatto successo.
Grossomodo è un fumetto per ragazzi; ha un linguaggio, una trama e un disegno semplici e intuitivi.
Copertina della riedizione giapponese, a parte il titolo che ho modificato io


Shin Takarajima - La nuova isola del tesoro
DOWNLOAD: LINK





Ho lavorato, per la traduzione, sulla versione inglese degli Happy Scans.
Copertina dell'edizione del '47
Per quanto riguarda le tavole, ho usato il loro lavoro (sempre con il loro permesso), che a sua volta si rifà all'edizione spagnola ufficiale a opera dell'editore Glénat, che a sua volta è la riedizione riveduta e corretta da Tezuka stesso. Seppur integrando il tutto con la copertina del volume originale, ho preferito saltare a pie' pari la traduzione de "Il diario del mio debutto", una quarantina di pagine piene zeppe di testo e riguardanti una parte della vita di Tezuka e che magari riproporrò più avanti. Ho preferito usare le tavole spagnole in quanto hanno una definizione migliore e dimensione maggiore rispetto a quelle giapponesi che si trovano in giro. Quindi quel che troverete nel file è solamente la storia nuda e cruda.
Per l'adattamento in italiano, ho cercato di usare un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo misto ad "arcaismi" tipici degli anni '40-'50 del nostro tempo.
L'espressione "che accade?" è una citazione fortemente voluta dal fumetto italiano di fantascienza Saturno contro la Terra, addirittura del '36.
Mister No
Oppure "che il cielo mi porti", è una citazione dell'esclamazione onnipresente di Mister No (nella sua variante meno colorita rispetto a "che il diavolo mi/ti/vi porti"), grandioso fumetto Bonelli pubblicato dal '75 al 2006 e ambientato negli anni '50.
Così come è voluto anche l'uso del Voi al posto del Lei, tipico dell'epoca.
Ovviamente sono scelte stilistiche che non inficiano affatto la godibilità dell'opera né ne stravolgono il senso.




Per quanto riguarda l'opera in sé, riporto quanto scritto su Osamushi:
Questa è una riedizione disegnata da Tezuka negli anni '80 per includerla nella famosa racolta "best of" della Kodansha. Del famoso volume uscito nel 1947, che pure aveva già in germe tutto il talento dell'autore, non esistevano che poche copie stampate male e, inoltre, Tezuka stesso nella postfazione commenta come il suo fumetto fosse stato editato così aggressivamente che il prodotto andato in stampa non era minimamente vicino a quello che aveva disegnato lui dapprincipio (tuttavia la grande capacità narrativa che Tezuka aveva già a 18 anni era sconcertante al punto da trapelare tra queste modifiche e ridisegnare il mercato dei manga).
Certo la novità dell'opera non sta tanto nella freschezza delle idee (si parla pur sempre di una storia figlia de "L'isola del tesoro" e "Tarzan") quanto nello stile di disegno e l'impostazione delle tavole. Ovviamente in questa nuova riedizione il tratto è migliore, Tezuka però ammette di aver ricalcato l'opera originale e che quanto il lettore si trova per le mani è al 90% lo Shin Takarajima come lo aveva concepito lui, senza troppi abbellimenti e ponendo rimedio ai danni fatti dalla "censura" del signor Sakai (il suo editor dell'epoca) reintegrando cose che erano state tolte (circa 60 pagine di fumetto). L'unica variante è nel finale - dove aggiunge un concetto che, ammette, non avrebbe mai potuto concepire in quel modo nel '47ma che tuttavia aleggiava nell'opera originale (che secondo lui era stata conclusa in maniera troppo brusca e commerciale con un "addio, isola del tesoro" che però non lasciava spazio a denuement di sorta).

18 maggio 2013

Cosa penso di Bambino!

Ora che la traduzione in italiano di questo manga è terminata, sento il bisogno di scrivere le mie impressioni sull'opera, ciò che mi ha trasmesso durante questi anni.



Bambino! cos'è?
Partendo dal principio, Bambino! è un manga pubblicato sulla rivista Big Comic Spirits, edito da Shogakukan dal 2005 per un totale di 15 volumi.
E fin qui sticazzi.

Ban Shogo è un ventenne della provincia giapponese (Fukuoka), sicuro dei propri mezzi, studia e cucina part-time. Non pensa ancòra a "cosa farà da grande", come tutti i giovani studenti continua il percorso di studi.
Ma lui abbandona. Addio a libri e quaderni, addio a odiose lezioni in aule strapiene, via tutto.
Gli si para davanti la possibilità di andare a Tokyo, la capitale, la grande città multiforme, per fare esperienza in un noto ristorante italiano gestito da un amico del suo chef di Fukuoka.

Ed è facile riconoscersi un po' nella sua figura.
Lui, ragazzo di provincia, che arriva nella grande città, dove tutto è diverso, dove tutto non è come ti aspetti, dove tutto è più frenetico.
Ed è quello che accade anche a noi. A tutti coloro che dalle piccole città emigrano verso i capoluoghi, verso i grandi centri per trovare un lavoro o per studiare. C'è che si trasferisce dal Sud al Nord e trova usi e costumi diversi, modi di vivere agli antipodi nonostante si viva tutti assieme sotto la stessa bandiera.
Ricordo bene, aneddoto personale, che una mia insegnante di Savona (Nord) era rimasta stupefatta che a Bari (Sud) i negozi non chiudessero alle 18 e che le strade si riempissero di gente fino a tarda serata.
Così come io ero rimasto spiazzato dal pane sciapo (pane sciocco, come diceva la signora vicina di casa) di Livorno, nel mio mese e mezzo di permanenza in terra toscana. Rimasi spiazzato in senso negativo, per me quel tipo di pane è insapore rispetto a quello di casa mia. Poi mi son reso conto che tutto il resto dei prodotti toscani era più che saporito e quindi bilanciava il fattore pane.
Ed è questo che si vive nella prima parte del manga. Ban affronta la nuova realtà con spocchia, forse con troppa sicumera e cade, cade e fatica a rialzarsi. La sua esperienza di provincia conta poco nella capitale.
La qualità di quest'opera sta anche nel descrivere la rivincita di Ban, il quale riesce a ritagliarsi sforzo dopo sforzo il proprio spazio in cucina, passando prima dalla sala e poi dalla preparazione del dolce.
Come vien spiegato più volte, il suo nomignolo "bambino" sta proprio a indicare l'infante, quella fascia di età dove la persona non è istruita a dovere e quindi deve imparare, deve maturare.
Il manga ci dice che siam tutti dei bambini, tutti. Per quanto ci sentiamo sicuri e abili nel far qualcosa, ci sarà sempre qualcuno che lo saprà far meglio e da cui si può imparare. Come dice il detto: non si finisce mai di imparare.
Ed è giusto così, è la curiosità, è la fame di sapere che ci rende esseri senzienti, che ci rende "vivi" come nessun'altra specie animale, che ci permette di scrivere qualsiasi cosa su supporti tecnologici composti da minerali (metalli vari, silicio) e derivati del petrolio (plastica). In parole povere, un computer.



Dopo tutta la parte inerente al percorso formativo di Ban in Giappone, c'è tutta la sua trafila in quel di New York, la città cosmopolita per eccellenza. Ed è qui che l'opera mette in evidenza un'altra tematica importante. Perché mai un giapponese dovrebbe cucinare italiano?
Voglio dire, non ho notizia di cuochi italiani che lavorano nei ristoranti cinesi, è probabile che ci siano, ma sinceramente non lo so. E, pensandoci bene, non è nemmeno plausibile che in un italiano lavori in un ambiente così diverso. Ci si aspetta che in un ristorante cinese ci sia un cuoco cinese o quantomeno con gli occhi a mandorla e che passi per tale, un po' come succede per certi ristoranti giapponesi.
I fratelli di Palermo.
E qui è lo stesso. I due cuochi palermitani che Ban incontra a New York instillano il germe nel dubbio al nostro protagonista, il quale resta spiazzato per qualche momento. Ma la ragione dietro la sua passione è presto detta: è ciò che sa fare meglio, per questo cucina italiano, tutto qui.
Un discorso su questo tema è affrontabile in mille modi diversi, spaziando su tanta roba che è meglio non portare a galla in questa analisi.

Infine abbiamo il ritorno a casa, dove vengono presentate a Ban e al lettore due grosse tematiche più che attuali.
Innanzitutto il lavoro in sé. Per un suo amico che guadagna tanto, Ban non è altro che uno schiavetto che sgobba da mattina a sera per una paga discreta. Vale davvero la pena sacrificare la propria vita sociale, personale, familiare per la cucina? Ed è un po' il cruccio dei cuochi nostrani, i quali lavorano per forza di cose durante le feste, quelle dove ci si ritrova tutti quanti a tavola coi parenti, mentre loro no, son lì a saltare in padella chissà cosa. Il distacco dalla famiglia è maggiore se il cuoco si imbarca sulle navi, quindi sta via da casa anche per mesi.
Ban lo sa, ma non gli importa. Lui ama il proprio lavoro e continuerà a farlo finché avrà dalla sua la passione come carburante.
E poi c'è il mondo della ristorazione che fa i conti con l'odierna situazione economica. In un Giappone che, come tutto il resto del globo, è preda della crisi economica, portare avanti una attività nel mondo della ristorazione è difficile soprattutto per chi vive in quel tipo di settore. Lo chef Tekkan rimane allibito dalla chiusura imminente di un ristorante di alto livello da lui tanto amato. L'apertura del Legare a Yokohama, il secondo locale del Baccanale, getta già qualche ombra sull'impresa che si sta per intraprendere, l'ambizioso capo-cuoco Kuwahara decide di puntare sulla qualità mantenendo alti i prezzi nonostante il periodo non proprio roseo. Eppure bisogna insistere, la crisi passerà, l'economia tornerà a girare e anche la gente tornerà più di prima ad apprezzare la qualità sul piatto al giusto prezzo. Questo è, in soldoni, il pensiero di Kuwahara.
Bambino! termina qui, con l'apertura del Legare a Yokohama, con i nostri che affrontano a testa alta una nuova avventura (perché non serve salvare il mondo e  combattere il cattivo di turno con cavolate energetiche per definire qualcosa "avventura"). Bambino! è vita quotidiana, è la storia di uno di noi, è la nostra storia, è una storia verosimile.
Bambino! è tutto.

Menzione a parte è da fare per i personaggi di contorno (che termine azzeccato).
Lo staff del Baccanale, composto da personale di sala e personale di cucina, regala un bello spaccato di tante personalità e storie diverse, sacrificandone alcuni via via che l'opera procede.

Il capo cameriere Yonamine è un tipo brillante, professionale e comprensivo. Non lo si vede mai alzare la voce né tantomeno le mani con chiunque. Ha sempre un consiglio da dispensare, sa aprire gli occhi a Ban quando quest'ultimo si impunta su certe cose. Si accenna anche ad una sua presunta relazione con la titolare, ma poi più nulla. Viene accantonato e dimenticato come nulla. Il resto della staff di sala fa da comparsa, qualche interazione c'è con Ban, ma non più di tanto. Nel telefilm, invece, Yonamine ha sì le qualità prima espresse, ma è anche uno sciupafemmine, ed è una costante molto più presente nel cammino del protagonista.

Lo staff di cucina, invece, è più variegato ed approfondito.





Il sotto chef Kuwahara parte in sordina e poi viene ben approfondito. In passato ha studiato architettura, ma poi ha scelto la cucina dopo un pranzo ispiratorio al Baccanale. Che per quanto possa essere un po' esagerato, è una sorta di fiaba a lieto fine. Non è a lieto fine ciò che viene dopo, quando lui e consorte stanno per aprire un ristorante per conto proprio, il loro sogno nel cassetto da quando si sono innamorati, e che poi viene accantonato a data da destinarsi in quanto Kuwahara viene scelto per dirigere il nuovo locale del Baccanale. Per come è disegnato il capitolo in questione, con le lacrime di Kuwahara dovute al fatto che il sogno del proprio ristorante sia ancòra una volta rinviato, l'emotività dell'opera è al culmine, oltre ciò che si era visto prima. Ammetto che un accenno di lacrima a me è venuto fuori, per quanto mi ritenga un essere insensibile. E forse come personaggio un po' scade nel finale dell'opera quando, nel dirigere Trattoria Legare, pensa ad alzare i prezzi del menu in nome di un tipo di cucina di alta classe e ambiziosa, nonostante il periodo di crisi economica che imperversa anche in Giappone.
Strano.


Ora parliamo dello scorbutico Katori.
Katori ha sui 28 anni e cucina fin da quand'era ragazzo. Dietro ha una storia famigliare travagliata: genitori divorziati e padre alcolizzato a causa dei debiti. Il padre è una figura difficile da definire, viene presentato in poche pagine e sùbito vengono abbozzate le difficoltà in cui naviga. In passato gestiva una grande fabbrica dove passava gran parte del suo tempo, poi è andato tutto in malora e da allora non si è più ripreso. Affoga la disperazione nell'alcool e vive di ricordi.
Katori, deciso a non diventare come il padre, mette anima e corpo nel suo lavoro di cuoco, diventa uno chef molto stimato al Baccanale e riesce ad essere indipendente.
Non manca mai di punzecchiare (e umiliare) il nuovo arrivato Ban, la solita roba del ragazzo che ne ha passate di tutte i colori che si sfoga con lo sbarbatello. Ed è così, Katori sfoga la propria rabbia contro Ban, dapprima per incitarlo ad abbandonare quanto prima il ristorante e poi per spronarlo a migliorare. I due legano in maniera non convenzionale, con questo rapporto amore-odio (con l'odio preponderante) che servirà a formare il carattere di Ban.
Abbandona tutto per prendere le redini della fabbrica del padre e salvarla dalle mani degli strozzini, lasciando sbigottiti sia il capo-chef Tekkan che il resto della staff di cucina, tra cui il nostro Ban.
Decisamente coraggioso.

E poi c'è Asuka.
Giovane chef donna, molto sicura di sé e all'inizio con un temperamento simile a quello di Katori nei confronti di Ban. Non accetta errori in cucina e tutto dev'essere perfetto. Pian piano nutrirà molto più rispetto per Ban e ammirazione, insieme affronteranno l'esperienza newyorkese con convinzione e sempre insieme affronteranno il brusco ritorno in un Giappone segnato dalla crisi economica, come detto prima. Asuka è una donna forte, affronta la lontananza dall'amato Yasuhide prima nei due mesi a New York... e poi anche nella vita. I due avevano deciso di sposarsi, almeno legalmente, nonostante il dover vivere e lavorare in due città diverse. Poi l'incidente a Yasuhide, una fatalità assurda e beffarda e tutto cambia. Asuka crolla emotivamente, fatica a rialzarsi, ma sa farsi forza grazie all'appoggio di Ban e al proprio spirito combattivo, tornando in prima linea alla Trattoria Legare di Yokohama. Gran donna e gran bel personaggio.

Yasuhide è un po' quel qualcosa che non ti aspetti.
Cuoco straordinario, molto amato dai propri clienti, decide di aprire un ristorante per conto proprio... ma poco dopo è costretto a chiudere per motivi economici. La delusione di ritrovarsi dalle stelle alle stalle è tremenda, incomincia a bere e a gironzolare senza far nulla. Il rapporto con Asuka, seppur incrinato, regge comunque. Il suo incontro con Ban farà risvegliare in lui quella scintilla di passione che si era spenta del tutto, sfidando il nostro protagonista nella preparazione di una sua specialità. Perde, ma non si arrende. La passione rediviva gli permette di ritornare a lavorare al Baccanale, come un tempo prima dello sfortunato tentativo in proprio, rafforzando il rapporto d'amore con Asuka. I due, dopo il rirtorno di lei da New York, decidono anche di sposarsi, nonostante la lontananza dovuta al lavoro. E nonostante anche la ritrosia del padre di lui, più che deluso da ciò che (non) ha combinato il figlio. Yasuhide muore per una tragica fatalità e con lui muore una persona di talento, amata e rispettata dai colleghi, ma allo stesso tempo sfortunata in ambito famigliare. Una conclusione amarissima per un qualcuno che è riuscito a riprendersi dalle batoste della vita. Peccato.

Potrei continuare ancòra per molto, ma finirei per ripetermi.
Ma ora è giunto il momento di ringraziare coloro che hanno permesso questa edizione non ufficiale di Bambino! in lingua italiana.
Un grosso ringraziamento va allo scanlator Spore, il quale ha tradotto dal giapponese all'inglese tutti e quindici i volumi, senza di lui non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. E ci ho anche collaborato.
Poi un altro enorme ringraziamento va ad Xyz85, collega di mille capitoli su 5Elementos Team e Mangascan, che si è pulito tutti i volumi e ne ha anche editati alcuni.
Tra i vari editor che si sono avvicendati ricordo anche Eleumas, ser Karakau, Mogget, Oga, Ley Glast, Ninox 91, Size, la velocissima Tenka e soprattutto Kaze G.Draeck, il quale ha messo la firma su gran parte dei capitoli.
Rileggendo certe frasi, mi accorgo che avrei potuto impegnarmi maggiormente, avrei potuto rendere più fluide certe parti di traduzione ed evitare quei pochi refusi rimasti. Ma alla fine credo che il messaggio dell'opera sia arrivato nonostante le varie imperfezioni che mi son portato dietro. In fondo, stiamo tutti imparando, no?

Bambino! VOLUME 15 - FINE

Dopo quattro anni (e son tanti), dopo innumerevoli pause seguite da maratone di capitoli, Bambino! giunge al termine e ci saluta. A breve ci sarà qualche riga su questa esperienza.


Bambino!
VOLUME 15: MF - DDL

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