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27 dicembre 2017

¿Qué pasa?

Come da titolo: che succede?

E niente, da inizio novembre vivo in Spagna una nuova esperienza di studio/lavoro che, ovviamente, mi tiene costantemente impegnato.
Al momento sono in Italia per le vacanze di Natale, quindi ne approfitto per lasciare un piccolo aggiornamento qui sul blog.
Essendo in Spagna è un po' complicato, eufemismo, reggere il passo delle passioni che portavo avanti in Italia, a partire dai fumetti fino alle serie tv.

Pur tuttavia, ohibò, a gennaio troverete un bel po' di capitoli nuovi de Lo scheletro Impossibile, tradotti da me, su Mangascan. C'è un nuovo gruppo di scanlation che lo sta portando avanti, un gruppo spagnolo che traduce anche in inglese in maniera raffazzonata (ma pure in spagnolo, seppur direttamente dal giapponese), ma comunque meglio di niente.

Recuperare i Bonelli all'estero è difficile, come già detto, quindi sono costretto a ricorrere al servizio arretrati o sperare che l'edicola da cui mi rifornisco di solito abbia ancora numeri passati quando torno in Italia.

Nel complesso tutto bene, si va avanti e, come in tutti i progetti di vita, cambiano all'improvviso anche le priorità.

A presto.
Dodici.

03 febbraio 2017

Il fansub delle serie giapponesi è morto

D'accordo che negli ultimi due/tre anni anni, o anche di più, mi sono allontanato volontariamente dal sotto-mondo delle scan e del fansub (intendo come fruitore), ma solo ora mi accorgo che il fansub delle serie giapponesi è praticamente morto.
Essendo stato per un tempo relativamente lungo anche dalla parte di chi "produce", nella fattispecie le scan dei manga, conoscevo anche il funzionamento del fenomeno parallelo del fansub delle serie anime, tutte le fasi di lavorazione e via dicendo.
Ci sono arrivato con due anni di ritardo.


Senza nascondersi dietro un dito, sottotitolare un anime non è per nulla semplice e può risultare lungo e tedioso, a mio parere anche di più rispetto al processo similare che c'è dietro alle scan (che comunque mica scherza). Quindi, per dire, non è da tutti.
Il fansub di serie giapponesi in Italia è nato grossomodo agli inizi degli anni 2000, grazie anche a una maggiore diffusione e velocità delle linee internet, da quei bambini che negli anni '80 e '90 sono cresciuti con i cartoni animati del Sol Levante, imparando a conoscere indirettamente, anche se in maniera a volte edulcorata da una traduzione del doppiaggio troppo frenata, un paese affascinante ed esotico. Quei bambini, una volta cresciuti, da autodidatti hanno portato in Italia, in maniera ovviamente non legale, tante serie animate snobbate sia dalle televisioni nostrane che dai canali di distribuzione home video.

Poi si sa come sono andate le cose, non serve rinarrare a grosse linee la storia del fansub in Italia.
Ma... ma... ma... il punto "debole" su cui si reggeva il tutto, e qui il discorso comprende sia le scan che il fansub, era l'illegalità data dall'infrazione del diritto d'autore. Possiamo raccontarci tutte le favoline dal caso, come sempre si è fatto in questi casi, che lo si fa per passione, che il fenomeno amatoriale fa scoprire le nuove serie che verranno acquistate ufficialmente ecc... ecc... aria fritta e strafritta. Ma l'illegalità rimane, oltretutto che il fansub basava la propria caratteristica sulla condivisione di materiale video con i sottotitoli impressi, i famosi Hardsub.
Quello che faccio io con Son of Zorn, per esempio, si chiama Softsub, cioè rilascio solo il file di traduzione, un semplice quanto banale file .txt. Il compito di "violare" la legge reperendo la puntata in questione da internet ricade sullo spettatore che si serve del sottotitolo. Il softsub rientra in una zona grigia della legalità che ancora faccio fatica a capire bene: si parla di infrazione del diritto di traduzione (QUI dovrebbe essere spiegato meglio), ma alla fin fine il verdetto qual è?
Ma vabbè, semplifichiamo enormemente il discorso dicendo che il softsub è "legale"... ma di certo l'hardsub, prerogativa del fansub, è (era) totalmente illegale.
In entrambi i casi, comunque, il fansub ha avuto successo perché gratis. E gli utenti sono stati abituati ad avere tutto e subito senza spendere nulla.
Ed è più o meno ciò che è successo con Steam, la piattoforma digitale di videogiochi per pc, che ha dato una grossa sferzata ai giochi piratati. Un gioco originale e a prezzo irrisorio batte lo stesso gioco piratato, gratuito, ma pieno di errori e crack varie.

Anche se ora poco attivo, fino a pochi anni fa era bello vispo il forum RecensubsHQ, un indicatore della qualità del fansub nostrano. All'interno vi discutevano i componenti dei maggiori gruppi di fansub italiani, ma anche utenti e fruitori in genere, andando anche a scambiarsi consigli e soprattutto pareri e recensioni di vari gruppi all'epoca attivi. Notevole la vena sarcastica con cui venivano perculati pesantemente quei fansub che nascevano come funghi e che erano formati da minorenni sgrammaticati. Ma lo stesso, nel senso dei gruppi che nascevano come funghi, accadeva anche per le scan... con la differenza che mentre i gruppi di fansub scarsi si estinguevano dopo poco tempo per manifesta incapacità, i gruppi di scan nati nello stesso modo continuano ad esistere e a rimanere ugualmente scarsi tutt'oggi.
Ritornando al discorso, il forum di Recensubs ha visto pian piano calare l'attività, anche perché hanno chiuso i battenti, hanno gettato la spugna, si sono arresi anche i gruppi fansub di un certo livello. A quanto pare, le persone più in gamba sono state reclutate dai vari canali ufficiali italiani. Da ricordare anche la regola non scritta sull'etica del buon fansubber, cioè interrompere qualsiasi serie in lavorazione non appena in Italia ne venivano acquistati i diritti. Sempre illegale rimaneva, ma almeno c'era una parvenza di etica e così si è andati avanti per molto tempo.
Ricordo col sorriso un gruppo in particolare che seguivo assiduamente, gli Omoshiroi, che subbarono le due serie di Kaiji e quella di Akagi, sicuramente prodotti che mai si vedranno ufficialmente in Italia. Ma ora è tutto finito e il sito degli Omoshiroi è scaduto da anni.

Che poi, alla fine, cosa è successo? Grossomodo quello che si auguravano molti quando il fenomeno amatoriale era al suo apice, cioè un sistema assolutamente legale che facesse risultare obsoleto e inutile quello illegale. E così è stato.
Tanti sono i servizi di streaming legale presenti in Italia, ne cito giusto quattro fra quelli che conosco, ma ce ne saranno sicuramente altri:

VVVID - link
Popcorn TV - link
Crunchyroll - link
Yamato Animation - link

L'unico inconveniente vero e proprio è che delle serie proposte vengono acquistati i diritti di pubblicazione, e questi diritti prima o poi scadono dopo qualche mese, quindi... ma forse siamo stati abituati ad avere tutto e subito, non riusciamo ad essere veramente obiettivi sulla questione e vediamo la cosa come un problema.

Questi servizi hanno dato quindi una alternativa valida, gratuita, legale, sicura, comoda e soprattutto professionale. Perché è inutile che ci giriamo attorno, la traduzione amatoriale, per quanto fatta bene, rimane amatoriale e non può essere preferita a un lavoro di un professionista (anche se, per esempio su VVVVID, ho notato molti errori di punteggiatura e qualche verbo avere senza H).
Per carità, ci sono casi e casi di errori di professionisti (The Big Bang Theory) e di grandi capacità di adattamento dell'appassionato (Bojack Horseman), ma anche il traduttore amatoriale, quello che si erge a paladino della passione, sbaglia spesso e volentieri. QUI, per esempio, gli esempi lampanti.
Per dire, anche il mio lavoro su Son of Zorn è quello che è. Se mai un giorno ci dovesse essere una versione ufficiale, è normale scegliere un prodotto curato da dei professionisti, cosa che io ancora non sono. Poi ci faremo tutte le seghe mentali con tutti i confronti del caso, dove la traduzione amatoriale risulterà migliore, ma non sempre è così.

La conclusione, dopo questo discorso disordinato, è che il fansub delle serie giapponesi in italiano, che si basava principalmente sull'hardsub, è praticamente morto (o al massimo agonizzante).
Invece, il "fansub" delle serie tv anglofone è più vivo che mai e continua a crescere perché ha sempre puntato sul softsub, basti vedere i tanti team di traduzione che nascono dal nulla ogni tanto. Anche se sono curioso di capire come evolverà il pubblico nei prossimi anni in relazione ai servizi di streaming analoghi a quelli prima citati, ma di più ampio respiro, tipo Netflix e Amazon Prime Video, e che sono l'alternativa vera e propria ai softsub delle serie tv anglofone.

01 gennaio 2017

Mangascan si trasferisce



Lo scanlation team di Mangascan, attivo da ben dieci anni, si trasferisce dal proprio sito abituale e si sdoppia in BLOG per i rilasci e FORUM per le discussioni.

È un team in cui sono arrivato dopo qualche tempo dalla fondazione partecipando un bel po' e ottenendo delle belle soddisfazioni. E poi ho conosciuto una serie di persone che, anche se non ho mai visto di persona, è un piacere averci a che fare.
L'ultimo e unico mio progetto che porto avanti è il tanto bistrattato Lo scheletro impossibile. Bistrattato dai team di traduzione anglofoni, in tutti i sensi possibili. Speriamo si diano una mossa.

Ci tenevo a segnalare la cosa, tutto qua.
Anzi no, questo è il primo post dell'anno di Mondo 12 che serve da apripista beneaugurante per tutto ciò che verrà scritto nel corso del 2017.

23 ottobre 2016

Itañol, quando italiano e spagnolo fanno a spallate...

A fine maggio ho lasciato un intervento su questo blog in cui asserivo di andare in ferie.
Più o meno.
Sono stato tre mesi in Spagna per lavoro, ma più che altro per migliorare la lingua, dato che la studio.
Non dico precisamente in quale città, ma sono stato nella regione dell'Andalusia, sudovest della penisola iberica, regione in cui si parla uno spagnolo un po'... come dire... un po' ostico, almeno agli inizi. Per dare una idea, anche se molto sommaria, lo spagnolo andaluso è come se fosse l'italiano calabrese o toscano, più che altro perché anche nell'andaluso si è soliti mangiarsi vocali, consonanti e suoni vari durante la pronuncia. Per non parlare dell'uso strettamente regionale di alcuni termini, verbi e strutture grammaticali.
Ma, tolto questo, il fatto è che dopo tre mesi di permanenza in Spagna, una volta ritornato in Italia, mi sono accorto di quanto fosse peggiorato il mio italiano parlato (per l'italiano scritto, invece, mi sembra vada tutto liscio).
Non è inusuale che, parlando tranquillamente con amici e conoscenti, mi sfugga qualche parolina in spagnolo o qualche parolina in finto italiano. Qui entra in campo l'Itañol, cioè questa commistione fra spagnolo e italiano piena di errori. Oltretutto, nonostante il fenomeno di mutua intelligibilità, italiano e spagnolo non sono lingue poi così simili fra loro come spesso si crede.

1) Salir
Chi studia spagnolo lo sa, "salir" è uno dei tanti falsos amigos (false friends in inglese, falsi amici in italiano), cioè quelle parole straniere che assomigliano molto a un'altra nella propria lingua d'origine, ma con un significato differente.
Nello specifico, salir = uscire. Perché poi salire = subir (e quindi altra confusione).
Se voglio dire che mi piace uscire di sera, direi che me gusta salir por la tarde.
E mi è capitato di parlare con gli amici e dire "ma oggi chi sale?", volendo chiaramente intendere "ma oggi chi esce?".

2) Tener
Chi è del Sud, vabbè, forse ci è abituato.
Il verbo tenere si usa molte volte al posto di avere, suonando il più delle volte come una espressione dialettale, rozza, da persona poco acculturata. Sicuramente è un rimasuglio di quattro secoli di dominazione ispanica, però così è e così rimane.
Mi è capitato di dire "tengo da fare" al posto di "ho da fare". Lo stesso capita col verbo "stare".

3) Ya está
Espressione onnipresente nello spagnolo parlato, vuol dire grossomodo "okay", "va bene così", "ecco fatto", ma ha tante sfumature in base al contesto che le due precedenti proposte di traduzione non soddisfano a pieno.
E niente, continuo a usarlo a fine frase... troppe volte.

4) Vale
Come prima, è una espressione che significa "okay", "", "va bene", sempre in base al contesto. In Spagna si una sempre. Me lo porto ancora dietro.

5) Diferente
Invece di dire "diverso" dico "differente", che è praticamente simile allo spagnolo "diferente", con una F. Per carità, "differente" si usa in italiano, nulla di male, ma "diverso" ha una frequenza d'uso più alta e alcuni miei compagni di studi si sono accorti di questa mia peculiarità nell'usare "differente" praticamente sempre.

6) Tampoco
Tampoco vuol dire neanche/nemmeno.
Non riesco più a usare neanche quando parlo, è più forte di me.
Amico: - Puoi scambiarmi dieci euro?
Io: - No, non ho abbastanza spiccioli.
Amico: - Nemmeno cinque euro?
Io: Tampoco.


Ci sono tante altre espressioni miste spagnolo/italiano che faticheranno a scomparire dal mio parlato, ma mi limito a quelle sopra riportate.
Vivere all'estero, o comunque in un ambiente dove non si parla la propria lingua d'origine (vale anche per l'Italia stessa con tutte le sue varianti regionali), cambia di molto il proprio modo di comunicare a voce. Un bene? Un male? Né uno e né l'altro, è semplicemente un qualcosa di naturale, istintivo, quasi una forma di adattamento per sopravvivere in terra straniera. Perché poi sorridiamo quando sentiamo certi italo-americani con i loro accenti farlocchi e le espressioni finto-italiane inventate al momento (Buddy Valastro docet), ma è normale, è così, è una naturale, quanto simpatica, evoluzione della lingua.



26 maggio 2016

Star Wars Episodio I racer - i nuovi pianeti

Della saga di Guerre Stellari si è detto di tutto, o la si ama o la si odia.
Soprattutto della trilogia prequel (episodio I - II - III), molto criticata dai fan duri e puri, un po' a ragione e un po' a torto. Certo, i midichlorian tolgono un po' di mistero al lato della forza e via dicendo, ma non mi sembra un trilogia da buttar via. Per non parlare di Jar Jar Binks, sicuramente meno ridicolo degli Ewok del sesto episodio.

Nel primo film del 1999, La minaccia fantasma, c'è una sequenza di corse davvero niente male. In inglese si chiamano podracer, in italiano si è optato per "sgusci"... e sono i mezzi folli che corrono su dei percorsi altrettanto folli. Che poi, alla fine, non è nient'altro che la riproposizione delle corse su biga o quadriga degli antichi romani, già vista e stravista in chissà quanti film dall'invenzione del cinema, però resa più moderna e, per me, accattivante. Il tutto si svolge sul pianeta deserto Tattoine, già apparso nei film precedenti.

Nello stesso anno, il 1999, esce nei negozi, grazie a Lucas Arts, il gioco ispirato alla sequenza dei podracer, dal titolo "Star Wars Episode I Racer" e, per il bambino che ero allora, è subito magia.
Innanzitutto i personaggi: oltre al giovane Anakin Skywalker, ci sono anche tutti gli altri partecipanti che appaiono per brevissimi istanti in La minaccia fantasma, tipo Sebulba, Gasgano, Teemto Pagalies e Ben Quadinaros (e tanti altri), ognuno col proprio podracer personale come visto nel film, più altri personaggi inventati per l'occasione.
E poi ci sono loro, i percorsi, ben venticinque distribuiti su otto pianeti diversi.. Oltre, appunto, a Tattoine, ci sono Mon Gazza, Aquilaris, Oovo IV, Malastare, Ord Ibanna, Baroonda e Ando Prime, tutti pianeti creati ad hoc per il videogioco e, successivamente, ripresi anche in alcuni fumetti di Star Wars (ora facenti parte del canone Legends).






Tattoine:
Che c'è da dire? Compare per la prima volta in Star Wars Episodio IV, qui inizia la saga di Luke Skywalker che viene aiutato da Obi-Wan Kenobi, R2-D2, C3PO, Han Solo e Chewbacca e lasciare il pianeta e a raggiungere l'Alleanza ribelle.
Ci sono due piste su Tattoine. La prima è la Boonta Training Course che, nomen omen, tradisce la proprio semplicità essendo un tracciato privo di reali difficoltà e che richiede poco meno di un minuto per essere completato. La seconda, invece, è la Boonta Eve Classic che ricalca alcune parti della sequenza omonima di La minaccia fantasma, andando anche a riproporre alcune scenari proprio come nel film, una tra le piste più belle.






Mon Gazza:
Un pianeta votato interamente all'estrazione di spezia, un minerale usato nell'universo di Star Wars. Controllato dalla malavita, il paesaggio inquinato e rossastro brulica di macchinari di estrazione. I percorsi presenti sono uno più meraviglioso dell'altro, il livello di difficoltà non è altissimo, ma i tracciati sono ben studiati per stupire, tra fuoco incandescente, enormi complessi industriali ed escavatori giganteschi. Tre sono i tracciati: Mon Gazza Speedway, Spice Mine Run e Zugga Challenge.






Ando Prime:
Un pianeta ghiacciato e abitato, ma nulla di speciale. I tracciati non propongono un tasso di sfida definibile tale, anche se d'impatto è tutta l'architettura che ci si trova davanti, davvero molto ispirata, soprattutto la parte in città. Sicuramente creato per ovviare al non utilizzo di Hoth, il pianeta ghiacciato che compare in Episodio V.
Ben quattro i tracciati: Beedo's Wild Ride, Howler Gorge, Andobi Mountain Run e Ando Prime Centrum.






Aquilaris:
Un pianeta acquatico. Di per sé non è niente male, essendo un pianeta acquatico ci sono anche dei tratti in tunnel sottomarini (dai quali si vedono enormi creature marine infestare le acque), per poi risalire in superficie. Per non parlare dei portoni a tenuta stagna che si aprono e chiudono a intervalli regolari e che rappresentano il solo e vero ostacolo. Forse l'unico pianeta in cui attorno ai tracciati si avverte davvero l'eco della folla. Interessante l'architettura studiata per questo pianeta. I tracciati sono Aquilaris Classic, Sunken City e Bumpy's Breakers.








Malastare:
Pianeta che viene menzionato in La minaccia fantasma, da qui verrebbe infatti uno dei candidati alla carica di cancelliere supremo del post-Valorum. Il pianeta è brullo, buio, violaceo, sicuramente il luogo meno ideale per viverci. I tracciati, poi, non colpiscono più di tanto e, anche se offrono una buona sfida, non riescono a spiccare rispetto a quelli degli altri pianeti.
I tracciati sono Malastare 100, Dug Derby e Sebulba's Legacy.









Oovo IV:
Non è un pianeta, bensì un asteroide (per altre fonti è una luna) dove vi è costruito un carcere di massima sicurezza. L'atmosfera respirabile vi è presente grazie a un campo di forza che la intrappola. Ecco, devo ammettere che è il mio luogo preferito dato che i suoi tracciati, oltre a non essere affatto semplici, variano molto. Infatti passeremo fra gli enormi palazzoni dei carcerati per poi avventurarci in tunnel vari di collegamento, in lande desolate che dividono le varie sezioni del carcere e poi, dulcis in fundo, in tunnel antigravità dove la velocità aumenta a dismisura. Sicuramente il pianeta (o quello che è) dove gli artisti della Lucas Arts hanno messo più impegno.
Tra i tracciati disponibili vi sono Vengeance, Executioner e The Gauntlet.










Ord Ibanna:
Ord Ibanna è un pianeta gassoso e ricorda moltissimo Bespin, il pianeta presente in Episodio V dove facciamo la conoscenza di Lando Carlissian. Ord Ibanna è incredibilmente simile, la città si sviluppa allo stesso modo su piattaforme aeree, circondate da impianti di estrazione e vari edifici, ciò non toglie che i circuiti siano un po' troppo simili tra loro. Sicuramente creato per sopperire alla mancanza di Bespin, così come Ando Prime al posto di Hoth, forse un po' anacronistici se inseriti nel gioco (fino a un certo punto). Fra i tracciati vi sono Scrapper's Run, Dethro's Revenge e Abyss.









Baroonda:
Un pianeta di tipo terrestre che regala, rispetto a tutti gli altri, molti più scenari nei quali scorrazzare. Si parte da una città bianca e maestosa, per poi inerpicarsi su percorsi accidentati e a strapiombo, giungle impenetrabili e tortuose, deserti labirintici e spiagge zeppe di testimonianze di una civiltà scomparsa. Per finire, in bellezza, all'interno di un vulcano in attività. Baroonda presenta, a mio modo di vedere, i percorsi più difficili e intriganti, ma preferisco di gran lunga Oovo IV.
I tracciati sono Baroo Coast, Grabvine Getaway, Fire Mountain Rally e Inferno.







Il gioco, tuttavia, non è esente da difetti.
Ci sono tre modalità: classica, libera e multiplayer. Fin qui nulla di male, però nella modalità classica (l'unica che serve a sbloccare pian piano i vari circuiti) non si può assolutamente impostare la difficoltà. Un grosso difetto, infatti, è la difficoltà impostata su "principiante" (praticamente lo è), perché arrivare primi in qualsiasi circuito è una pura formalità. Il secondo arrivato, poi, è e sempre sarà il favorito del percorso, mentre tutti gli altri personaggi andranno volutamente più lenti. Manca un minimo di sfida, oltretutto si parte sempre dalla prima fila.
Positivo è tutto il comparto audio, dai suoni dei veicoli fino alla colonna sonora, quella originale dei film, che è meravigliosa di suo. Che gli vuoi dire?
Si dà atto al gioco che, nonostante i difetti, ha dato vita a dei mondi nuovi e affascinanti che, ne sono certo, fanno appassionare qualunque fan di Guerre Stellari.






20 marzo 2016

Urania - Le stelle dei giganti


Segnalo l'uscita in edicola de Le stelle dei giganti, collana Urania Millemondi per marzo 2016.
Una raccolta dei primi tre libri della saga dei giganti scritta da James P. Hogan, accennata qualche tempo fa in QUESTO POST.

Come da foto allegata, in questa raccolta sono presenti:
- Lo scheletro impossibile;
- Chi c'era prima di noi;
- La stella dei giganti.

Il prezzo è 7,90€.
Ulteriori informazioni nel Blog Urania
Copertina


Facendo sempre riferimento al post di prima, ricordo che esiste una versione a fumetti dell'opera, il manga Hoshi wo tsugu mono (星を継ぐもの) di Yokinobu Hoshino, completo in quattro volumi e per ora inedito in Italia. Purtroppo le scan in inglese (e di conseguenza anche quelle italiane) sono ferme da un bel po' ai primi due capitoli del secondo volume e non sembrano esserci segnali di una pronta ripresa degli stessi. Per chi è interessato, i capitoli italiani finora rilasciati si possono trovare su Mangascan.


Presente e passato.

01 marzo 2015

Hasta siempre, Comandante [traduzione]

Qualche anno fa sono stato in Spagna per qualche giorno, precisamente a Madrid. C'era un bel gruppo di ragazzi affiatati, proveniente da un po' tutta Europa. E poi c'era questo ragazzo di El Salvador che allietava le serate con la sua chitarra. Grazie a lui ho imparato ad apprezzare un certo tipo di musica ispanofona e, nonostante la barriera linguistica che c'era all'epoca (conoscevo pochissimo lo spagnolo), riuscivo comunque a capire il brano. E non c'entra nulla il processo di mutua intelligibilità, il tutto avveniva sul lato emotivo.



Hasta siempre, Comandante è stata scritta da Carlos Puebla nel 1965, in risposta alla lettera del Che, indirizzata a Fidel e quindi a Cuba, dove annuncia di abbandonare la suddetta isola e combattere la rivoluzione altrove. Una sorta di saluto malinconico a un rivoluzionario che sarebbe morto di lì a due anni. Qui di seguito riporto il testo originale, a fondo pagina invece la traduzione personale, sentendomi pronto a cimentarmi in questa sfida.


Aprendimos a quererte 
desde la histórica altura 
donde el sol de tu bravura 
le puso cerco a la muerte.

Aquí se queda la clara, 
la entrañable transparencia, 
de tu querida presencia 
Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte 
sobre la historia dispara 
cuando todo Santa Clara 
se despierta para verte.

Vienes quemando la brisa 
con soles de primavera 
para plantar la bandera 
con la luz de tu sonrisa.

Tu amor revolucionario 
te conduce a nueva empresa 
donde esperan la firmeza 
de tu brazo libertario.

Seguiremos adelante 
como junto a ti seguimos 
y con Fidel te decimos: 
hasta siempre Comandante.



TRADUZIONE
Abbiamo imparato ad amarti
sulla storica altura
dove la luce del tuo coraggio
ha posto una confine alla morte

Qui resta la chiara,
intima trasparenza
della tua cara figura,
Comandante Che Guevara

La tua mano gloriosa e forte
spara sulla storia
quando tutta Santa Clara
si sveglia per vederti

Arrivi incendiando la brezza
con il sole di primavera
per piantare la bandiera
con la luce del tuo sorriso

Il tuo amore rivoluzionario
ti conduce a una nuova impresa
dove attendono la fermezza
del tuo braccio libertario

Continueremo ad oltranza
come se fossimo con te
e con Fidel ti diciamo:
Hasta siempre, Comandante



Non mi reputo simpatizzante per una certa ala politica o per qualche ideologia, anche perché credo sia estremamente riduttivo "tifare" per un qualsiasi schieramento. Semplicemente apprezzo la figura di una persona, l'importanza delle sue idee, il calore del suo carisma e il cambiamento che ha portato.

05 febbraio 2015

Mister No, chi era costui?

Che poi uno dice, okay, i manga so' belli, so' profondi, c'hanno sentimento e blablabla. Naoki Urasawa gnegné, grande filofo... fisolo... filosofo contemporaneo e menate varie. E vabbè, okay, sarà pure vero, ma non è che mò il fumetto giapponese è la cosa più meglio assai che sia mai esistita.
Con quel pizzico di patriottismo, con quella lacrimuccia ancorata all'angolino dell'occhio quando si legge di italiani che portano alto il valore della patria all'estero, è giusto riconoscere il valore del fumetto nostrano, nella fattispecie il fumetto targato Bonelli.
Che poi un altro dice "ma chi? Tex? Dylan Dog?".
No... e nemmeno Zagor, Nathan Never e Mystére.
Oggi approfondiamo quel diamante dimenticato che è Mister No.



Partendo dal principio, Mister No è un soldato americano di nome Jerry Drake nato nel '22. Scosso e disgustato dagli eventi della seconda guerra mondiale, a cui aveva partecipato, decide di ritirarsi nel '52 a vita privata in Brasile nella sonnecchiante città di Manaus e tirando a campare facendo il pilota di aerei per turisti.

La mente dietro questo personaggio è tale Guido Nolitta, nome che a molti non dirà nulla. Ed è un peccato, perché tale nome non è altro che lo pseudonimo adottato da Sergio Bonelli stesso, un po' per giocare con i propri lettori, un po' per sfizio personale. 
Per quanto riguarda la buon'anima di Sergio Bonelli, è stato un grande viaggiatore e grande appassionato del Sud America e delle sue mille contraddizioni, tutte esperienze che ha riversato su carta attraverso questo personaggio.
Gli eventi del fumetto si svolgono nei primi anni '50 del ventesimo secolo, in un Brasile non più florido come pochi decenni prima, la Manaus del mezzo secolo scorso è solamente un lontano ricordo di quella degli anni '20-'30, quando il commercio della gomma portò sviluppo nel bel mezzo dell'Amazzonia, per poi essere surclassato dai derivati del petrolio. Leggendo le pagine di Mister No, sfido chiunque, è impossibile non avvertire quella sensazione di familiarità con quel che viene narrato; nel senso che quel caldo umido asfissiante tipico della regione amazzonica lo si avverte anche sfogliando l'albo fra le mani, e con essa anche la polvere delle stradine sterrate, la pioggia incessante e il vociare delle grandi piazze. In altre parole, la grande passione che Sergio Bonelli e soci hanno riversato in quelle pagine ha una potenza devastante, come se il fumetto stesso fosse una macchina del tempo istantanea che ci fa vivere luoghi ed esperienze a noi estranei per ovvi motivi logistici-temporali.


Correva l'anno 1975, mica l'altro ieri, il mese era quello di giugno.
Nelle edicole italiane appare questo personaggio, voluto fortemente da Sergio Bonelli, inizialmente destinato a una pubblicazione di breve durata, una sorta di miniserie, ma che il successo inaspettato di vendite ha portato avanti per più di trent'anni, fino al dicembre 2006.
Mister No è un personaggio che, proprio in questi trent'anni, si è evoluto tantissimo. Dai primissimi numeri in cui si scorge qualche influenza di stampo zagoriana (scienziati pazzi, animali mutanti, basi segrete in posti impensabili), anche perché Nolitta aveva creato quindici anni prima il personaggio di Zagor, si passa a una quotidianità un po' più verosimile (criminali, gangster, intrighi della Cia, studiosi universitari, archeologi), passando anche sotto la penna di autori oggi osannati dai lettori Bonelli, ovvero Castelli e Sclavi (rispettivamente creatori dei successivi Martyn Mystére e Dylan Dog), però a me le loro storie non piacciono affatto, in quanto mal si conciliano con l'aria di verosimiglianza che stava acquistando la collana di Mister No. Numerosi anche gli albi in cui si ripercorre il passato pre, durante e immediatamente post-seconda guerra mondiale, dove il lettore impara a conoscere vari personaggi che di tanto in tanto ricompariranno nel presente brasiliano, ma anche tutti gli avvenimenti che hanno formato il personaggio.

Una cosa abbastanza peculiare è che Mister No non ha un nemico fisso.
Non so, un Mefisto per Tex o un Gargamella per i puffi. No, i suoi nemici sono tanti, di solito criminali e doppiogiochisti di varia risma. L'unico avversario ricorrente. tralasciando alcuni vertici della Cia, è Ishikawa, un giapponese fissato col senso dell'onore e motivato ad uccidere il nostro Jerry. E il tutto avviene nella bella saga newyorkese.
Perché sì, il fumetto non si svolge interamente nella sonnacchiosa Manaus degli anni '50 o negli stati sudamericani, Mister No, per cause di forza maggiore, affronta anche trasferte fuori dal continente per vivere intense avventure prima in Africa, poi a New York (dove affronta Ishikawa e parte del proprio passato) e infine il sud-est asiatico. Ci sarebbe anche l'Australia, accennata nell'ultima storia fiume che conclude la collana, ma è appunto solo un accenno, non sappiamo cosa sia successo nella terra dei canguri. C'erano dei lettori che avevano chiesto a gran voce una trasferta di Mister No in questo continente, ma Sergio Bonelli, che non ci era mai andato per la troppa fiscalità della dogana australiana, decise di evitare in pieno tali avventure (anche perché, non essendoci mai stato, non poteva descriverne i paesaggi e le varie caratteristiche), accontentando i lettori con la piccola menzione prima citata.


Particolare il cast di comprimari, a partire dall'austriaco Esse Esse, alias Otto Kruger, ex soldato nazista schifato anch'egli dalla guerra, così come il nostro Mister No, compagno di mille bevute, risse e albi memorabili. Tutti gli altri, invece, cominciano a delinearsi molto più in là negli anni di pubblicazione: personaggi come Celestino, Patricia, Luna, Augustino, il barista Paulo Adolfo verranno abbozzati in qualche storia, per poi ricomparire con molta più frequenza nelle storie dal numero 100 in poi, come quelle di Mignacco. Dal punto di vista caratteriale, poi, Mister No è un donnaiolo e uno sciupafemmine, alza facilmente il gomito e, in base all'autore, propina qualche perla cinica e amara ai suoi interlocutori. Forse il ping pong continuo fra autori l'ha reso un po' difficile da seguire nel corso degli anni, però resta impossibile non innamorarsi della sua personalità innata... dove forse qualcuno può rispecchiarsi, può riconoscersi.

Ma al di là di tutto questo, Mister No, alias Jerry Drake, per me ha rappresentato un amico speciale, un qualcuno conosciuto per caso e poi diventato insostituibile; un amico che, a quanto pare, non aveva più nulla da dire una volta giunto nel nuovo millennio. Perché sì, la chiusura della collana di Mister No è dovuta alle ultime scarse vendite (dopo 379 albi più vari speciali), e vabbè, ma anche perché ormai il personaggio non aveva più nient'altro da aggiungere, sono molte le storie più che dimenticabili pubblicate dal 2000 in poi. Ma a un amico gli si perdona anche questo, ricordandolo per tutto ciò che di positivo ha saputo trasmettere: l'amore per l'avventura, per la natura, per l'autenticità a sfavore del progresso, per il viaggio.
Até logo, Jerry.
Até logo.

03 febbraio 2015

E quindi?


E quindi niente, si tira a campare.

Dopo un periodo di pausa prolungato, tornerò ad aggiornare saltuariamente Mondo 12.
Non è detto che ci siano scan o altro, anche perché non avrei né testa né tempo per rimettermi ad aprire photoshop e copincollare testi vari nei balloon, ma proprio no. Anche se... vabbè.
Metterò robe varie, su qualunque cosa penso valga la pena condividere: dalla ricetta dell'acqua calda fino alla recensione dei mattoni forati nell'edilizia moderna.
Mondo 12 è pur sempre un blog, da oggi forse più diversificato di prima.
A presto.


26 giugno 2013

Quel gran bel giocone di Lego Rock Raiders

Uno pensa alla Danimarca e che gli viene in mente? I mulini a vento? No, quelli sono olandesi, ma ci saranno pure da loro... i biscotti al burro nelle scatole di latta? Ecco, quelli sì, anche se a rimangiarli a distanza di anni si sente che sono cambiati, forse hanno stravolto la ricetta.
E poi si pensa pure a loro, dài, i mattoncini LEGO.
Una sorta di must have per qualsiasi bambino, poi non so oggi come funziona, dato che non vedo più in giro negozi di giocattoli.

Comunque, al di là della magia racchiusa in questi mattoncini di materiale plastico, è d'uopo incanalare l'attenzione anche sul lato videogame targato Lego.



 LEGO ROCK RAIDERS
Sono molto legato a questo gioco, correva l'anno 1999 e fu un regalo di Natale inaspettato. Avevo sì e no dieci anni, le mie uniche informazioni sui Lego erano basate sui cataloghi ufficiali che si trovavano a volte allegati a certe confezioni più grandi delle suddette costruzioni, e mai si era fatto accenno a un videogame del giocattolo danese. Anche perché quei cataloghi erano antecedenti al '99 e quindi per forza di cose non c'era scritto nulla a riguardo.
Da qualche mese avevo ricevuto il mio primo computer (il primo di una serie di quattro, almeno per ora), uno di quei vecchi cassoni grigi su cui girava Windows 98. I miei videogiochi erano pochissimi, a parte una versione no-cd del gioco di Ace Ventura (che non riuscii mai a completare) pre-installato non si sa perché, avevo "solamente" Age of Empires 2, che di per sé basta e avanza alla grandissima tutt'oggi. E poi c'era Paint, che non era/è un gioco, ma ci passavo le ore a disegnare castelli e basi militari.
Dicevo, sbucò dal nulla questo videogioco, prendo, lo installo e inizio a giocarci.

Foto sgranata, però si vede.
Innanzitutto ciò che colpisce è la custodia del cd, dotata anch'essa dei tipici cilindretti. Un'idea davvero simpatica.

Lego Rock Raider, beh, è difficile da spiegare in poche parole.
Praticamente è una sorta di Age of Empires 2, inteso come meccanica di gioco, quindi strategia in tempo reale, basato essenzialmente sul recupero di risorse, in questo caso minerali e cristalli di energia. Questi ultimi sono il motivo dietro la nostra ricerca, dato che serviranno a far ripartire la nostra astronave, ormai a secco, verso casa e ad andare via da quel pianeta decisamente strano. A ostacolare i rock raider ci saranno i mostri di roccia, le lumache succhiaenergia e la mancanza d'ossigeno. Parete dopo parete, trivella dopo trivella, i fidi personaggini gialli dovranno farsi largo nella roccia per poter sperare di rivedere casa.


Rigiocato oggi, dopo.... quasi quattordici anni - come passa il tempo - Lego Rock Raiders non perde fascino, non perde nulla. Graficamente è molto valido, è molto intuitivo e propone la giusta dose di sfida, per alcuni livelli non si scendo sotto l'ora piena per il completamento.
A confronto con i titoli odierni sfornati da Lego, Rock Raiders è tutta un'altra cosa, sia come meccaniche di gioco e sia come coinvolgimento dell'utente. Il fattore infanzia non incide su questo nuovo giudizio, Lego Rock Raiders semplicemente si mantiene valido anche a distanza di anni.

18 maggio 2013

Cosa penso di Bambino!

Ora che la traduzione in italiano di questo manga è terminata, sento il bisogno di scrivere le mie impressioni sull'opera, ciò che mi ha trasmesso durante questi anni.



Bambino! cos'è?
Partendo dal principio, Bambino! è un manga pubblicato sulla rivista Big Comic Spirits, edito da Shogakukan dal 2005 per un totale di 15 volumi.
E fin qui sticazzi.

Ban Shogo è un ventenne della provincia giapponese (Fukuoka), sicuro dei propri mezzi, studia e cucina part-time. Non pensa ancòra a "cosa farà da grande", come tutti i giovani studenti continua il percorso di studi.
Ma lui abbandona. Addio a libri e quaderni, addio a odiose lezioni in aule strapiene, via tutto.
Gli si para davanti la possibilità di andare a Tokyo, la capitale, la grande città multiforme, per fare esperienza in un noto ristorante italiano gestito da un amico del suo chef di Fukuoka.

Ed è facile riconoscersi un po' nella sua figura.
Lui, ragazzo di provincia, che arriva nella grande città, dove tutto è diverso, dove tutto non è come ti aspetti, dove tutto è più frenetico.
Ed è quello che accade anche a noi. A tutti coloro che dalle piccole città emigrano verso i capoluoghi, verso i grandi centri per trovare un lavoro o per studiare. C'è che si trasferisce dal Sud al Nord e trova usi e costumi diversi, modi di vivere agli antipodi nonostante si viva tutti assieme sotto la stessa bandiera.
Ricordo bene, aneddoto personale, che una mia insegnante di Savona (Nord) era rimasta stupefatta che a Bari (Sud) i negozi non chiudessero alle 18 e che le strade si riempissero di gente fino a tarda serata.
Così come io ero rimasto spiazzato dal pane sciapo (pane sciocco, come diceva la signora vicina di casa) di Livorno, nel mio mese e mezzo di permanenza in terra toscana. Rimasi spiazzato in senso negativo, per me quel tipo di pane è insapore rispetto a quello di casa mia. Poi mi son reso conto che tutto il resto dei prodotti toscani era più che saporito e quindi bilanciava il fattore pane.
Ed è questo che si vive nella prima parte del manga. Ban affronta la nuova realtà con spocchia, forse con troppa sicumera e cade, cade e fatica a rialzarsi. La sua esperienza di provincia conta poco nella capitale.
La qualità di quest'opera sta anche nel descrivere la rivincita di Ban, il quale riesce a ritagliarsi sforzo dopo sforzo il proprio spazio in cucina, passando prima dalla sala e poi dalla preparazione del dolce.
Come vien spiegato più volte, il suo nomignolo "bambino" sta proprio a indicare l'infante, quella fascia di età dove la persona non è istruita a dovere e quindi deve imparare, deve maturare.
Il manga ci dice che siam tutti dei bambini, tutti. Per quanto ci sentiamo sicuri e abili nel far qualcosa, ci sarà sempre qualcuno che lo saprà far meglio e da cui si può imparare. Come dice il detto: non si finisce mai di imparare.
Ed è giusto così, è la curiosità, è la fame di sapere che ci rende esseri senzienti, che ci rende "vivi" come nessun'altra specie animale, che ci permette di scrivere qualsiasi cosa su supporti tecnologici composti da minerali (metalli vari, silicio) e derivati del petrolio (plastica). In parole povere, un computer.



Dopo tutta la parte inerente al percorso formativo di Ban in Giappone, c'è tutta la sua trafila in quel di New York, la città cosmopolita per eccellenza. Ed è qui che l'opera mette in evidenza un'altra tematica importante. Perché mai un giapponese dovrebbe cucinare italiano?
Voglio dire, non ho notizia di cuochi italiani che lavorano nei ristoranti cinesi, è probabile che ci siano, ma sinceramente non lo so. E, pensandoci bene, non è nemmeno plausibile che in un italiano lavori in un ambiente così diverso. Ci si aspetta che in un ristorante cinese ci sia un cuoco cinese o quantomeno con gli occhi a mandorla e che passi per tale, un po' come succede per certi ristoranti giapponesi.
I fratelli di Palermo.
E qui è lo stesso. I due cuochi palermitani che Ban incontra a New York instillano il germe nel dubbio al nostro protagonista, il quale resta spiazzato per qualche momento. Ma la ragione dietro la sua passione è presto detta: è ciò che sa fare meglio, per questo cucina italiano, tutto qui.
Un discorso su questo tema è affrontabile in mille modi diversi, spaziando su tanta roba che è meglio non portare a galla in questa analisi.

Infine abbiamo il ritorno a casa, dove vengono presentate a Ban e al lettore due grosse tematiche più che attuali.
Innanzitutto il lavoro in sé. Per un suo amico che guadagna tanto, Ban non è altro che uno schiavetto che sgobba da mattina a sera per una paga discreta. Vale davvero la pena sacrificare la propria vita sociale, personale, familiare per la cucina? Ed è un po' il cruccio dei cuochi nostrani, i quali lavorano per forza di cose durante le feste, quelle dove ci si ritrova tutti quanti a tavola coi parenti, mentre loro no, son lì a saltare in padella chissà cosa. Il distacco dalla famiglia è maggiore se il cuoco si imbarca sulle navi, quindi sta via da casa anche per mesi.
Ban lo sa, ma non gli importa. Lui ama il proprio lavoro e continuerà a farlo finché avrà dalla sua la passione come carburante.
E poi c'è il mondo della ristorazione che fa i conti con l'odierna situazione economica. In un Giappone che, come tutto il resto del globo, è preda della crisi economica, portare avanti una attività nel mondo della ristorazione è difficile soprattutto per chi vive in quel tipo di settore. Lo chef Tekkan rimane allibito dalla chiusura imminente di un ristorante di alto livello da lui tanto amato. L'apertura del Legare a Yokohama, il secondo locale del Baccanale, getta già qualche ombra sull'impresa che si sta per intraprendere, l'ambizioso capo-cuoco Kuwahara decide di puntare sulla qualità mantenendo alti i prezzi nonostante il periodo non proprio roseo. Eppure bisogna insistere, la crisi passerà, l'economia tornerà a girare e anche la gente tornerà più di prima ad apprezzare la qualità sul piatto al giusto prezzo. Questo è, in soldoni, il pensiero di Kuwahara.
Bambino! termina qui, con l'apertura del Legare a Yokohama, con i nostri che affrontano a testa alta una nuova avventura (perché non serve salvare il mondo e  combattere il cattivo di turno con cavolate energetiche per definire qualcosa "avventura"). Bambino! è vita quotidiana, è la storia di uno di noi, è la nostra storia, è una storia verosimile.
Bambino! è tutto.

Menzione a parte è da fare per i personaggi di contorno (che termine azzeccato).
Lo staff del Baccanale, composto da personale di sala e personale di cucina, regala un bello spaccato di tante personalità e storie diverse, sacrificandone alcuni via via che l'opera procede.

Il capo cameriere Yonamine è un tipo brillante, professionale e comprensivo. Non lo si vede mai alzare la voce né tantomeno le mani con chiunque. Ha sempre un consiglio da dispensare, sa aprire gli occhi a Ban quando quest'ultimo si impunta su certe cose. Si accenna anche ad una sua presunta relazione con la titolare, ma poi più nulla. Viene accantonato e dimenticato come nulla. Il resto della staff di sala fa da comparsa, qualche interazione c'è con Ban, ma non più di tanto. Nel telefilm, invece, Yonamine ha sì le qualità prima espresse, ma è anche uno sciupafemmine, ed è una costante molto più presente nel cammino del protagonista.

Lo staff di cucina, invece, è più variegato ed approfondito.





Il sotto chef Kuwahara parte in sordina e poi viene ben approfondito. In passato ha studiato architettura, ma poi ha scelto la cucina dopo un pranzo ispiratorio al Baccanale. Che per quanto possa essere un po' esagerato, è una sorta di fiaba a lieto fine. Non è a lieto fine ciò che viene dopo, quando lui e consorte stanno per aprire un ristorante per conto proprio, il loro sogno nel cassetto da quando si sono innamorati, e che poi viene accantonato a data da destinarsi in quanto Kuwahara viene scelto per dirigere il nuovo locale del Baccanale. Per come è disegnato il capitolo in questione, con le lacrime di Kuwahara dovute al fatto che il sogno del proprio ristorante sia ancòra una volta rinviato, l'emotività dell'opera è al culmine, oltre ciò che si era visto prima. Ammetto che un accenno di lacrima a me è venuto fuori, per quanto mi ritenga un essere insensibile. E forse come personaggio un po' scade nel finale dell'opera quando, nel dirigere Trattoria Legare, pensa ad alzare i prezzi del menu in nome di un tipo di cucina di alta classe e ambiziosa, nonostante il periodo di crisi economica che imperversa anche in Giappone.
Strano.


Ora parliamo dello scorbutico Katori.
Katori ha sui 28 anni e cucina fin da quand'era ragazzo. Dietro ha una storia famigliare travagliata: genitori divorziati e padre alcolizzato a causa dei debiti. Il padre è una figura difficile da definire, viene presentato in poche pagine e sùbito vengono abbozzate le difficoltà in cui naviga. In passato gestiva una grande fabbrica dove passava gran parte del suo tempo, poi è andato tutto in malora e da allora non si è più ripreso. Affoga la disperazione nell'alcool e vive di ricordi.
Katori, deciso a non diventare come il padre, mette anima e corpo nel suo lavoro di cuoco, diventa uno chef molto stimato al Baccanale e riesce ad essere indipendente.
Non manca mai di punzecchiare (e umiliare) il nuovo arrivato Ban, la solita roba del ragazzo che ne ha passate di tutte i colori che si sfoga con lo sbarbatello. Ed è così, Katori sfoga la propria rabbia contro Ban, dapprima per incitarlo ad abbandonare quanto prima il ristorante e poi per spronarlo a migliorare. I due legano in maniera non convenzionale, con questo rapporto amore-odio (con l'odio preponderante) che servirà a formare il carattere di Ban.
Abbandona tutto per prendere le redini della fabbrica del padre e salvarla dalle mani degli strozzini, lasciando sbigottiti sia il capo-chef Tekkan che il resto della staff di cucina, tra cui il nostro Ban.
Decisamente coraggioso.

E poi c'è Asuka.
Giovane chef donna, molto sicura di sé e all'inizio con un temperamento simile a quello di Katori nei confronti di Ban. Non accetta errori in cucina e tutto dev'essere perfetto. Pian piano nutrirà molto più rispetto per Ban e ammirazione, insieme affronteranno l'esperienza newyorkese con convinzione e sempre insieme affronteranno il brusco ritorno in un Giappone segnato dalla crisi economica, come detto prima. Asuka è una donna forte, affronta la lontananza dall'amato Yasuhide prima nei due mesi a New York... e poi anche nella vita. I due avevano deciso di sposarsi, almeno legalmente, nonostante il dover vivere e lavorare in due città diverse. Poi l'incidente a Yasuhide, una fatalità assurda e beffarda e tutto cambia. Asuka crolla emotivamente, fatica a rialzarsi, ma sa farsi forza grazie all'appoggio di Ban e al proprio spirito combattivo, tornando in prima linea alla Trattoria Legare di Yokohama. Gran donna e gran bel personaggio.

Yasuhide è un po' quel qualcosa che non ti aspetti.
Cuoco straordinario, molto amato dai propri clienti, decide di aprire un ristorante per conto proprio... ma poco dopo è costretto a chiudere per motivi economici. La delusione di ritrovarsi dalle stelle alle stalle è tremenda, incomincia a bere e a gironzolare senza far nulla. Il rapporto con Asuka, seppur incrinato, regge comunque. Il suo incontro con Ban farà risvegliare in lui quella scintilla di passione che si era spenta del tutto, sfidando il nostro protagonista nella preparazione di una sua specialità. Perde, ma non si arrende. La passione rediviva gli permette di ritornare a lavorare al Baccanale, come un tempo prima dello sfortunato tentativo in proprio, rafforzando il rapporto d'amore con Asuka. I due, dopo il rirtorno di lei da New York, decidono anche di sposarsi, nonostante la lontananza dovuta al lavoro. E nonostante anche la ritrosia del padre di lui, più che deluso da ciò che (non) ha combinato il figlio. Yasuhide muore per una tragica fatalità e con lui muore una persona di talento, amata e rispettata dai colleghi, ma allo stesso tempo sfortunata in ambito famigliare. Una conclusione amarissima per un qualcuno che è riuscito a riprendersi dalle batoste della vita. Peccato.

Potrei continuare ancòra per molto, ma finirei per ripetermi.
Ma ora è giunto il momento di ringraziare coloro che hanno permesso questa edizione non ufficiale di Bambino! in lingua italiana.
Un grosso ringraziamento va allo scanlator Spore, il quale ha tradotto dal giapponese all'inglese tutti e quindici i volumi, senza di lui non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. E ci ho anche collaborato.
Poi un altro enorme ringraziamento va ad Xyz85, collega di mille capitoli su 5Elementos Team e Mangascan, che si è pulito tutti i volumi e ne ha anche editati alcuni.
Tra i vari editor che si sono avvicendati ricordo anche Eleumas, ser Karakau, Mogget, Oga, Ley Glast, Ninox 91, Size, la velocissima Tenka e soprattutto Kaze G.Draeck, il quale ha messo la firma su gran parte dei capitoli.
Rileggendo certe frasi, mi accorgo che avrei potuto impegnarmi maggiormente, avrei potuto rendere più fluide certe parti di traduzione ed evitare quei pochi refusi rimasti. Ma alla fine credo che il messaggio dell'opera sia arrivato nonostante le varie imperfezioni che mi son portato dietro. In fondo, stiamo tutti imparando, no?

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